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Redazione | 4 luglio 2012 | no comments

“Fughe all’indietro”. Così in modo sprezzante, venivano definiti i tentativi di reintrodurre in montagna cereali antichi, varietà abbandonate.

Da: La Stampa – 4 luglio 2012

U na decina di anni or sono, infatti, qualcuno iniziava a reimpiantare, in aree svantaggiate, mais otto file, grano monococco, grano saraceno, orzo, segale e si sentiva sbeffeggiato. Cose da sognatori, da neo-hippies, ripetevano agronomi, economisti, giornalisti: scrollavano le spalle infastiditi e invitavano a ragionare di cose serie, di redditività per ettaro, di mercati globali, di Ogm. Non di colture destinate al fallimento.

Oggi qualcosa è cambiato, se anche le istituzioni stanno destinando risorse e programmi alla reintroduzione della cerealicoltura in montagna. La Comunità montana Val Camonica, ad esempi, il Trentino, la Valle d’Aosta, la Toscana, l’Umbria, tanto per citarne alcune, hanno adottato leggi per sollecitare i reimpianti di queste antiche varietà, Cosa è cambiato? Sta maturando nella società una nuova visione di agricoltura, che non ha come unico totem la redditivitò. Reintrodurre segale, grano saraceno, orzo, significa riabilitare aree marginali, garantire la salubrità dei suoli e la giusta rotazione colturale, allargare la gamma dei cereali disponibili per l’alimentazione: insomma è quella famosa visione olistica che rappresenta l’unica via di uscita dallo sfruttamento intensivo della terra.

Ma si può campare con qualche ettaro coltivato a orzo o segale? No, nelle condizioni attuali, In attesa di una nuova Pac che tenga conto di queste problematiche, esiste una sola possibilità di sopravvivenza: si debbono stringere patti di filiera per valorizzare queste piccole produzioni. Come ha fatto il birrificio Pedavena con le sue birre prodotte con orzo di montagna della Cooperativa bellunese La Fiorita di Cesiomaggiore. Ecco, così si può, se la birra piace e se il progetto è raccontato bene in etichetta. Una filiera locale, di alta qualità, ben raccontata: e poi si vedrà se sono fughe all’indietro.

 

Piero Sardo

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